Le masche

Masche

ETIMOLOGIA E SIGNIFICATO DEL TERMINE MASCA

Il termine masca (al plurale masche) ha una storia linguistica antica e stratificata, che attraversa secoli e aree culturali diverse dell'Europa alpina. Le sue origini vengono generalmente ricondotte al latino medievale masca, parola attestata già nei testi altomedievali con significati che oscillano tra "spettro", "essere maligno", "creatura notturna" e, più in generale, presenza inquietante legata all'ignoto.

Una delle attestazioni più antiche del termine si trova già nell'Editto di Rotari (643 d.C.), dove compare la forma masca in riferimento a entità o credenze legate al mondo del soprannaturale e delle pratiche magiche. In questo contesto il termine non indica ancora una figura definita come quella che conosceremo nelle tradizioni popolari successive, ma piuttosto un insieme di credenze legate a presenze malefiche o fenomeni ritenuti non spiegabili.

Nel corso del Medioevo, la parola si diffonde in diverse aree dell'Europa latina e subisce trasformazioni di significato a seconda dei contesti culturali. In alcune tradizioni assume il valore di "strega", in altre quello di "spirito notturno", "demone" o "creatura capace di agire in modo invisibile nel mondo degli uomini". Questa varietà di significati riflette una visione del mondo in cui il confine tra reale e soprannaturale era estremamente permeabile.

Nell'area alpina e in particolare nel Piemonte, il termine masca si radica progressivamente nel linguaggio popolare, assumendo una connotazione sempre più complessa e ambivalente. Da un lato viene associato alle accuse legate alla stregoneria e ai processi tardo-medievali e moderni; dall'altro entra stabilmente nel folklore come spiegazione di eventi misteriosi o insoliti: rumori nel bosco, oggetti scomparsi, luci notturne, malesseri improvvisi.

LE MASCHE NELLE FONTI STORICHE

Il termine masca entra progressivamente anche nella documentazione scritta e amministrativa. Una delle attestazioni più antiche finora conosciute in ambito locale risale al 1445 a Lanzo, nei conti della Castellania, dove la parola viene utilizzata in riferimento a una donna accusata o condannata, Margherita Tavallina di Pessinetto.

Si tratta di una delle prime occorrenze note all'interno di atti giudiziari e amministrativi legati alle Valli di Lanzo, che testimoniano come il termine fosse già entrato nel linguaggio istituzionale oltre che in quello popolare.

A partire dal tardo Medioevo e soprattutto nel periodo della cosiddetta "caccia alle streghe", la parola si diffonde sempre più, assumendo una forte connotazione legata alle accuse di stregoneria e alle pratiche giudiziarie dell'epoca.

LE MASCHE NELLA TRADIZIONE POPOLARE

Parallelamente all'uso giuridico e storico, il termine masca entra profondamente nel folklore alpino e piemontese, assumendo un significato più ampio e simbolico.

Nella tradizione popolare, le masche diventano spesso la spiegazione di tutto ciò che risultava misterioso: rumori nel bosco, oggetti scomparsi, luci notturne, malesseri improvvisi o eventi considerati fuori dall'ordinario. In questo senso, la figura della masca si avvicina a quella di una presenza ambigua, sospesa tra paura e immaginazione collettiva.

Le masche diventano così parte integrante dell'immaginario rurale, capaci di incarnare il mistero del territorio e il rapporto tra comunità umane e natura selvaggia.

LE MASCHE NELLE VALLI DI LANZO

Nel contesto delle Valli di Lanzo, la figura della masca assume caratteristiche ancora più ricche e stratificate.

Qui il termine non indica soltanto una credenza generica, ma si radica profondamente nella memoria orale delle comunità locali, dove ogni borgata, bosco o sentiero può essere legato a un racconto o a una testimonianza.

Tra XIX e XX secolo, il termine viene utilizzato anche per indicare donne realmente esistite nel tessuto sociale del territorio: guaritrici, segnatori, "mensinoire" o figure femminili considerate particolari per le loro conoscenze, per il carattere schivo, per l'aspetto insolito o per il livello di istruzione. In alcuni casi la parola diventa anche uno strumento di identificazione sociale, spesso ambivalente e talvolta stigmatizzante.

Accanto a questa dimensione storica, sopravvive quella più simbolica e folklorica: le masche come presenze invisibili, capaci di spiegare l'inspiegabile e di abitare l'immaginario collettivo delle comunità alpine. È proprio da questa doppia natura che nasce la ricchezza delle narrazioni ancora oggi presenti nelle Valli di Lanzo.

Un elemento particolarmente significativo di questa presenza diffusa è la toponomastica del territorio. Nelle Valli di Lanzo, infatti, numerosi luoghi conservano ancora oggi il riferimento diretto alle masche, a testimonianza di quanto profondamente queste figure siano entrate nel paesaggio e nella memoria collettiva. Si incontrano così nomi come il Roc d'le Masche, il Pian d'le Masche, la Ciapela del Masquess (la cappella delle masche), il Pilone dla Masca e molte altre denominazioni simili, diffuse in diverse borgate e vallate.

Questi toponimi non sono semplici curiosità linguistiche, ma veri e propri segni di memoria: indicano luoghi in cui il racconto si è fissato nello spazio, trasformando il territorio stesso in un archivio vivo delle credenze e delle narrazioni popolari.

UNA FIGURA TRA STORIA E LEGGENDA

La figura della masca si colloca dunque in uno spazio di confine tra storia e leggenda, tra documentazione e tradizione orale, tra realtà sociale e immaginario collettivo.

Nel tempo ha assunto significati diversi e talvolta contraddittori, ma proprio questa complessità le ha permesso di sopravvivere nei secoli, trasformandosi in una delle espressioni più profonde del patrimonio culturale immateriale delle Alpi occidentali.

Ancora oggi, nelle Valli di Lanzo, il termine conserva una forte carica evocativa e continua a vivere nei racconti, nei luoghi e nella memoria delle comunità.

MARGHERITA TAVALLINA

Nel 1445, nei conti della Castellania di Lanzo, il suo nome compare accanto a questa dicitura: "Mascha et dyaboli tributaria". Strega e Serva del demonio. Ma Margherita Tavallina o Cavallina, era prima di tutto una donna. Una donna che, secondo i racconti popolari, aveva vissuto una delusione profonda. La leggenda narra che fosse innamorata di un uomo che poi la lasciò per sposare un'altra donna. Allora Ghita, considerata una masca, avrebbe preparato sette ghirlande di piume legate con nastri di seta e le avrebbe nascoste sotto il materasso dell'uomo. Un gesto carico di significato, forse di rabbia, forse di dolore, forse, come si diceva allora, di magia. Si racconta che l'uomo non consumò mai la prima notte di nozze poiché morì improvvisamente. Quando disfecero il letto nuziale per dare sepoltura al defunto, cercarono di distruggere il maleficio ma l'unico modo efficace risultò darlo alle fiamme. Da quel momento, il sospetto cadde su di lei. Ma è importante dirlo: questa storia appartiene alla tradizione orale. Non sappiamo se sia davvero legata a Ghita. Quello che sappiamo è che bastava poco, allora, per essere accusati. E nel suo caso, quel poco fu sufficiente. Il suo dolore venne letto come qualcosa di pericoloso. Il suo silenzio come una prova. E così fu accusata di stregoneria. Condannata. Portata sulle rive del torrente Tesso e arsa sul rogo. Una fine che, purtroppo, non era rara in quel periodo. La sua storia non si fermò lì. Dopo la sua morte, iniziò a circolare un'altra leggenda. Si diceva che, lungo la strada che va da Pessinetto a Pessinetto Fuori, comparisse di notte un cane nero. Un animale inquietante, che ringhiava ai passanti per spaventarli. Molti tentavano di evitarlo. Altri cambiavano strada. Si pensava infatti che fosse legato a lei. Che fosse, in qualche modo, la reincarnazione della sua anima. La paura crebbe a tal punto che si decise di intervenire e così venne costruito un pilone votivo, a picco sul rian Ribèrt, il torrente che si unisce alla Stura, per proteggere chi passava e allontanare quella presenza. Quel pilone esiste ancora oggi. La storia di Ghita Tavallina, o Cavallina, resta una delle più forti delle Valli di Lanzo. Perché mette insieme tutto: documenti reali, accuse ufficiali, e poi le leggende che si sono stratificate nel tempo. Ma soprattutto racconta qualcosa di molto semplice: che, in certi momenti della storia, bastava essere una donna sola, ferita o diversa… per essere chiamata masca. E da lì, il passo verso il rogo era breve.

LA MASCA CIAVULINA

A Case Garigliet, poco sotto il Pilone del Merlo, in direzione di Cudine, viveva una donna che tutti conoscevano come la "Ciavùlina". Era chiamata così perché veniva da Chiaves, ma nel tempo il suo nome aveva finito per trasformarsi in qualcosa di diverso. La sua presenza non passava mai inosservata, anche quando non si vedeva. Si diceva che vivesse sola in un punto dove il sentiero si fa più silenzioso e il bosco sembra ascoltare più di quanto sembri. E proprio attorno alla sua figura nacquero le storie più temute. La Ciavùlina, raccontavano, rapiva di notte i bambini cattivi. Quelli che facevano dispetti, che non ascoltavano, o che si comportavano male con gli animali. Li avrebbe osservati da lontano, senza farsi notare, e poi, nelle storie raccontate sottovoce nelle stalle o davanti al fuoco, sarebbe giunta la notte in cui sarebbero spariti. Si diceva che li conducesse verso il Monte San Vittore, salendo nel buio, lungo sentieri che pochi conoscono e che non osano percorrere da soli dopo il tramonto. Nessuno sapeva cosa accadesse lassù. Nessuno poteva dirlo con certezza. Nella borgata non servivano prove. Bastava il suo nome e improvvisamente i bambini smettevano di correre troppo lontano, di urlare agli animali, di fare scherzi pericolosi. Così la sua figura restava sospesa tra paura ed educazione: per alcuni era solo una donna strana in una borgata di montagna, per altri era un modo per impartire lezioni ed educare i bambini in un tempo in cui la scuola non era per tutti.

MARIA AMBROSIO - MAIN 'D MEDEO

A Traves viveva una donna che tutti conoscevano come Maìn 'd Medeo. La chiamavano anche la "Sercalunna", perché sapeva calcolare l'epatta, la luna nuova di Pasqua. Non si sapeva molto delle sue origini. Era cresciuta in casa di un certo Medeo, da non confondere con Medeo lo fol, ma dei suoi veri genitori non aveva mai saputo nulla. La famiglia che l'aveva accolta era poverissima. Viveva in una casa senza finestre, con un tetto di pietre e senza stufa. Il freddo dell'inverno era quello che era. Fin da bambina, Maìn si arrangiava come poteva. Andava ad aiutare un po' tutti in paese: faceva lavori di ogni tipo in cambio di qualcosa da mangiare. Una scodella di minestra, un pezzo di pane. Non chiedeva altro. Quando morirono quelli che l'avevano cresciuta, le lasciarono un fazzoletto di terra in montagna, alla Crus d-l'Envers. Non era un posto facile da lavorare, ma lei si mise lì e, con quello che aveva, una roncola e una marra, riuscì a farsi un campo di patate. Per concimarlo, doveva portare il letame fin lassù con la gerla. Saliva piano, sostava spesso a riposare, e quando si fermava cantava sempre la stessa canzone: "Sposa d'amore". Quel canto, col tempo, diventò anche il suo modo per guadagnare qualcosa. Quando in paese c'era un matrimonio, Maìn si faceva trovare fuori dalla chiesa e cantava agli sposi. Erano parole di augurio, di felicità, di vita insieme. E in cambio riceveva qualche offerta in denaro. La sua alimentazione era quella che era. Faceva la polenta con le patate, ma non le pelava, per non sprecare niente. Così, quando aggiungeva la farina nel paiolo, veniva fuori una polenta grigia. Quando era pronta, prendeva una scodella, ci aggiungeva un po' di aceto e un filo d'olio, e la mangiava così. Un giorno passò un uomo e le chiese: "Che cosa mangi, Maìn?" E lei rispose: "Mangio il pane del povero." E lui le disse:
"Tu sei più ricca di me. Io ho i soldi ma non ho la salute. Tu mangi, canti, poi ti addormenti sul tuo muretto… ti svegli, fai un bel ruttino che si sente fino in piazza e ricominci a cantare." Era una vita semplice, ma a modo suo piena. C'è un episodio che raccontano spesso, perché fa capire anche in che mondo viveva Maìn. Una signora, Madama Scarpetta, che veniva a Traves d'estate, a Natale volle farla chiamare al telefono per farle gli auguri. Il telefono era all'osteria, vicino a casa sua. Quando Maìn sentì la sua voce nella cornetta, rimase spiazzata. E disse: "Dove sei, Madama Scarpetta? Non ti vedo… eppure ti sento vicina!" Non sapeva cosa fosse un telefono. Per lei era qualcosa di incredibile. In paese, però, Maìn non era vista solo come una donna povera. Molti la consideravano una guaritrice. Una che sapeva fare. Una che vedeva oltre. Insomma, per tanti era una masca.n Si dice anche che avesse previsto un evento. Aveva parlato di una "scopa luminosa" sopra le Levanne, che avrebbe portato funerali e tombe. Nel 1942, comparve davvero una cometa, la cometa del Versino, e da lì a poco arrivarono gli anni più duri della guerra, fino al 1945. Chi si ricordava delle sue parole, ci pensò. Maìn morì all'età di ottantanove anni. Per molto tempo, una croce di legno segnava la sua tomba. E sopra c'era scritto il suo vero nome: Ambrosio Maria.

LA STREGA DI MEZZENILE E LA LEGGENDA DEL FUOCO FASCIATO

A Mezzenile, durante gli anni bui del Medioevo, si raccontava di una donna, considerata una strega. Viveva, si diceva, in una piccola casa isolata, quasi nascosta, e nessuno osava avvicinarsi troppo. Però tutti sapevano chi fosse. E soprattutto, tutti sapevano cosa faceva. Si raccontava che preparasse pozioni strane, usando ingredienti come code di topo, teste di rospo, vipere e zampe di gallina. Con questi miscugli lanciava malocchi, colpiva famiglie intere, portava sfortuna e malattia. Non si limitava a questo. Nelle notti di luna piena, dicevano che uscisse per compiere riti ancora più oscuri. Si parlava di bambini rapiti, di giovani donne vergini scomparse e del loro sangue usato per evocare presenze come demoni e spiriti. Per anni, le dicerie su questa figura aleggiarono su tutta la valle. Vere o no, poco importa: la paura era reale. E la gente la considerava una complice del diavolo. Poi, a un certo punto, la strega morì. Ma anche qui, le versioni cambiano. C'è chi dice che fu trovata morta in una grotta, nascosta tra i boschi. Altri raccontano che venne catturata e condannata al rogo e bruciata nella piazza del paese davanti agli occhi di tutti quelli che per anni l'avevano temuta. Questa versione è poco verosimile poiché le eretiche, considerate masche, qui non venivano bruciate nelle piazze ma sulle rive del Tesso. In ogni caso, una cosa è certa secondo la tradizione: non fu sepolta in terra consacrata. E da qui, la storia diviene a tutti gli effetti leggenda. Si dice che la sua anima non abbia mai trovato pace. Che sia rimasta lì, a vagare, sotto forma di fiammella, lume vagante o palla di fuoco. Ogni sera, alle nove in punto, nel cielo sopra Mezzenile compariva. Gli abitanti lo chiamavano "fuoco fasciato". Dalle frazioni Pian del Tetto, Petruset, Chiampernotto e Brachiello giuravano di averlo visto davvero. Il lume partiva da Mezzenile, attraversava il cielo sopra le montagne, si posava sul campanile di Ceres, poi proseguiva verso Ala, fermandosi ancora sulla chiesa. E poi, a tarda notte, tornava indietro seguendo lo stesso percorso. Non si fermava mai. Né con i temporali, né con la neve. E non era qualcosa da guardare con leggerezza. Si diceva che fissarla troppo a lungo potesse lasciare pietrificati. E chi se la trovava davanti, sentiva una voce roca e dura che diceva: "Va per la tua strada e non guardarmi." C'era anche chi raccontava di aver provato ad avvicinarsi. Il lume spariva e al suo posto compariva un cane enorme, con gli occhi di fuoco, che ringhiava e sbarrava il passaggio. Ma il momento più pericoloso, dicevano le donne anziane, era sicuramente quando faceva ritorno. Perché in quel momento il "fuoco fasciato" cambiava forma e diventava un neonato in fasce. Chi lo vedeva, era tentato ad avvicinarsi e a prenderlo in braccio. Ma era proprio quello l'errore da non fare, poiché dietro quell'apparenza innocente si nascondeva ancora la strega. Si racconta che un frate di Mezzenile fosse riuscito a incontrarla prima della morte, le avesse fatto confessare i suoi peccati e le avesse fatto promettere di tornare, dopo la morte, a raccontare quale fosse il destino della sua anima. Secondo questa storia, la strega mantenne la promessa. Sarebbe tornata dall'aldilà per dire al frate di essere condannata a espiare le sue colpe. E che quel lume e quel viaggio notturno tra Ala e Mezzenile, fosse la sua pena. Un cammino da ripetere ogni notte. Sempre uguale. Senza fine. Ancora oggi, chi vive in quella valle giura che, certe sere… quel fuoco si veda ancora.

LA MASCA D'LA FRASCA

In una casa ai piedi del Pilone del Merlo viveva una donna anziana, sola, che aveva la fama di "masca". Per questo molti evitavano persino di passare nei dintorni della sua casa. Un giorno, però, una bambina si addentrò nel bosco per mano il suo fratellino più piccolo per mano. Nonostante le paure degli adulti, scelse di raggiungere la casa della masca. La donna, quando li vide uscì, si avvicinò e accarezzò il bambino dicendo: "Òh, bel cubianòt…" (oh, bella salamandrina). La bambina si spaventò e i bambini corsero subito a casa. Poco dopo, il piccolo iniziò a stare male, fino a cadere in uno stato di malessere grave. I genitori, disperati, cercarono di capire che cosa fosse accaduto. Pensarono a un'erba velenosa o al morso di una vipera. La sorella maggiore, alla fine, raccontò dell'incontro con la masca d'la Frasca e di quel saluto che le era sembrato inquietante. Il padre, accecato dalla rabbia, prese il suo forcone e si recò dalla donna minacciandola di farle del male se non avesse rimediato a ciò che aveva fatto. La vecchia, senza opporre resistenza, lo rassicurò soltanto: disse di tornare a casa e che il bambino sarebbe stato meglio. E così accadde: il padre trovò il figlio in condizioni migliori. Ma la vicenda non ebbe un lieto fine. Il bambino non tornò mai davvero quello di prima e, poco tempo dopo, morì in circostanze misteriose. Ecco come anche solo le parole di una masca, a detta dei montanari, potevano creare malefici e morte.

MICHINOTA

Michinòta viveva al Routchàss di Balme, la grande dimora fortificata che si affaccia a picco sulla gola della cascata. Un luogo imponente, pieno di anfratti oscuri e passaggi stretti, dove la storia non è mai davvero passata e dove le leggende sembrano restare attaccate alle pietre come l'umidità delle pareti. Il Routchàss è anche legato alla memoria di Remo Castagneri, figura antica, una sorta di Re Pastore, custode del luogo e discendente diretto di Giovan Castagnero, che nel Cinquecento fece erigere la dimora e lasciò inciso il suo nome nella roccia viva, come a voler segnare per sempre il legame tra uomo e montagna. In questo scenario viveva Michinòta. Piccola di statura e zoppa. Una donna che aveva studiato per diventare maestra ma che, per povertà, non riuscì a terminare gli studi. Parlava più lingue, sapeva leggere e scrivere, e proprio per questo trovò il modo di vivere in un paese che, nei periodi d'estate, si riempiva di turisti e villeggianti. Erano anni in cui Balme era un centro di villeggiatura vivo, e la gente del posto si arrangiava con ogni mestiere possibile: guide, barbieri, calzolai, ricamatrici, maestri di sci. Anche Michinòta trovò il suo spazio. Si diceva che facesse la cartomante. E lo faceva soprattutto d'estate, quando i turisti percorrevano il sentiero verso la cascata, il passaggio obbligato per arrivare alla gola dove lo Stura si getta con un fragore che riempie l'aria. mLì Michinòta si sistemava con un piccolo tavolino, offrendo le sue letture di carte in cambio di qualche moneta. Era il suo modo di vivere, ma anche il suo modo di esistere agli occhi degli altri. Alcuni la temevano, altri la cercavano proprio perché sembrava incarnare quella linea sottile tra conoscenza e mistero. E come spesso accadeva in quei luoghi, bastava poco perché una donna sola, con un sapere diverso dal comune, venisse osservata con sospetto e chiamata "masca", anche se non lo era davvero, o forse sì, almeno nell'immaginario della gente. La sua casetta si trovava sotto il sentiero, vicino alla zona dei mulini. Sulla parete rivolta al passaggio si leggeva ancora, sbiadita dal tempo, la scritta della sua attività: "cartomanzia". Rimasta l'ultima abitante del Routchàss, aveva come unica compagnia un gatto, probabilmente nero. Un animale che condivideva con lei la sua semplice casa. Quando morì, lo fece come aveva vissuto: da sola. La sua bara fu preparata, la casa si riempì di quel silenzio particolare che segue la morte, e tutto sembrava compiersi secondo le usanze. Eppure nessuno volle restare per la veglia funebre. Non per disinteresse, ma per paura che si potesse presentare qualcosa o qualcuno nella notte. Così chiusero la porta prima che scendesse il buio e se ne andarono in fretta. Nessuno pensò al gatto. Il giorno dopo, quando tornarono con la luce del mattino, Michinòta era ancora lì. E fu allora che si accorsero che il gatto, rimasto solo con lei, le aveva mangiato il naso e le labbra.

LA SANTA ANDIAVLA'

Lungo quella che un tempo era l'antica via commerciale di Viù, conosciuta da tutti come la vj dli bòsch, la via dei boschi, esiste ancora oggi una cappella che sembra appartenere più alla leggenda che alla realtà. La chiamano La Santa. Sorge isolata, ormai segnata dal tempo e dalla decadenza, ma quando venne eretta, nel 1833, quel luogo era attraversato continuamente da viandanti, mercanti, pellegrini e boscaioli. E così, dalla sua costruzione, iniziarono a nascere voci, contraddizioni e misteri. I documenti non concordano nemmeno sulla sua origine.
Una supplica del 1875 racconta che fu Domenico Ajres a fondarla quarantadue anni prima, e che il luogo divenne presto meta di devozione a causa di alcuni miracoli avvenuti in quel luogo, tra cui la guarigione della vista del teologo Bricco. Si dice addirittura che, proprio per accogliere i fedeli, venne aggiunta una parte anteriore più ampia, un piccolo santuario, mai però consacrato ufficialmente. Nelle visite pastorali di fine Ottocento la cappella compare come proprietà della famiglia Aires-Silett e viene definita "interdetta per irregolarità e inconvenienze". Nessuno spiegò mai davvero quali fossero queste irregolarità. Nel 1913, invece, la proprietà risulta essere di Giuseppe Alamanno e l'edificio risulta già in decadenza. A Viù si raccontava che la figlia dell'uomo fosse stata costretta a lasciare il paese perché tormentata da strani fenomeni di fisica, quegli eventi inspiegabili che nelle Valli venivano spesso associati alle masche, ai malefici o a presenze oscure. La disgrazia, probabilmente, accadde quando venne venduta la pera santa dell'altare, la pietra consacrata, gesto considerato sacrilego e capace di attirare lo malefissi, il maleficio. Ma il vero mistero era la donna che viveva accanto ad essa. Una figura realmente esistita, ricordata ancora oggi come La Santa di Viù. Abitava nei ruderi che ancora si vedono vicino al sacello. E attorno a lei iniziarono presto a circolare racconti straordinari. Si diceva che non mangiasse mai. Che vivesse soltanto di preghiera. Che aiutasse fanciulle povere e orfane grazie alle offerte ricevute dai fedeli. La gente arrivava da lontano per ascoltare i suoi consigli o affidarsi alle sue preghiere. Molti la veneravano. Altri invece non si fidavano perché era considerata una forestiera, una donna estranea alla comunità e nelle borgate di montagna chi non apparteneva davvero al luogo veniva guardato con sospetto. Le donne del paese parlavano delle sue opere pie ed erano felici di avere vicina una cappella in cui pregare. Gli uomini invece mormoravano che non era di Viù, che viveva isolata e che non la conoscevano bene. Fu così che la sua fama arrivò fino a Torino, alle orecchie dell'arcivescovo Fransoni. Nelle memorie di San Giovanni Bosco si racconta infatti che Don Bosco venne incaricato dall'uomo di recarsi a Viù per inquisire la donna e verificare la sua condotta, ritenuta soprannaturale. Don Bosco salì quindi a Viù insieme al suo amico Melanotti. Quando arrivò trovò la donna seduta in mezzo ai suoi ammiratori, quasi venerata come una santa vivente. Ma invece di darle attenzione, si sedette tra la folla senza nemmeno guardarla, rompendo immediatamente l'atmosfera che si era creata attorno a lei. Poi chiese di parlarle da sola. E lì, lontano dagli altri, le rivolse parole durissime. La accusò apertamente di essere un'ingannatrice, una cialtrona, una donna che sfruttava il nome di Dio per vivere di elemosine e ottenere venerazione. Disse che la vera santità non può esistere senza umiltà, e che quella che lei mostrava non era fede, ma vanagloria. La donna rimase sconvolta. Secondo il racconto di Don Bosco, dopo quel confronto ammise le proprie colpe e promise di abbandonare quella vita. Poco tempo dopo lasciò Viù e, lontana dal paese, riprese a vivere normalmente, mangiando come tutti e senza chiedere più elemosine. Per Don Bosco, quella era la prova definitiva che i racconti sulla sua natura soprannaturale fossero soltanto un'illusione. Ma nelle nostre Valli, le storie vere spesso si trasformano in leggende. Nella memoria popolare c'è chi dice che Don Bosco non si presentò come sacerdote, ma che si travestì da marsè, da venditore ambulante, per poter osservare la donna senza essere riconosciuto. Secondo questa leggenda, egli avrebbe additato la Santa come santa andiavlà, una donna diabolica che ospitava viandanti per poi ucciderli e derubarli. Si racconta persino che dietro l'altare della cappella furono trovati resti umani. Altri smentiscono dicendo che, all'interno del sacello venisse conservato solamente un teschio, una reliquia, come era in uso a quei tempi. Qualcun altro giura invece che da bambino abbia persino giocato con quei crani ritrovati dietro l'altare, oggi scomparsi. Verità, suggestione, paura, superstizione? Nelle Valli di Lanzo esisteva un mondo in cui religione, magia e realtà si intrecciavano continuamente. Un mondo dove una donna poteva essere considerata allo stesso tempo santa, guaritrice, masca o ingannatrice. Bastava poco perché la voce del popolo trasformasse una storia in leggenda. Nel tempo in cui visse tutto ciò che sfuggiva alla comprensione doveva necessariamente avere una spiegazione. E troppo spesso quel peso ricadeva sulle donne. Così la cappella è ancora lì. Silenziosa. Consumata dal tempo. Avvolta nel bosco, come la leggenda della Santa andiavlà.

CRISTINA GIRARDI - NOTA

Cristina Girardi, viveva sola a Richiardi, frazione di Groscavallo, ed era conosciuta in borgata con il nome di "Nota". Era una donna fuori dagli schemi rispetto alla vita delle piccole comunità alpine. Aveva studiato, una condizione non comune per una donna del suo tempo e del suo contesto, e si distingueva anche nell'aspetto. Si vestiva sempre di nero, con uno stile sobrio e severo. Il suo carattere diretto, poco incline alla socialità e alla mediazione, fece sì che nel tempo venisse guardata con diffidenza dalla comunità locale. Proprio per queste caratteristiche veniva spesso additata come "masca", secondo quella tradizione popolare alpina che attribuiva a certe donne indipendenti qualità ambigue o fuori dall'ordinario. Nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, la sua vita incrociò quella del medico Simone Teich Alasia, che, dopo l'8 settembre 1943, aveva scelto di aderire alla Resistenza. Gli era stato affidato il compito di organizzare un ospedale da campo nella frazione di Richiardi, utilizzando i locali della scuola, trasformati in un punto di assistenza per i partigiani feriti e per chi viveva la clandestinità della guerra in montagna. Nel gennaio del 1945, durante un rastrellamento nazista nelle borgate della valle, il medico venne ricercato casa per casa. Fu in quel momento che Cristina Girardi agì. Senza esitazione, lo nascose all'interno di una nicchia nel muro della sua abitazione e vi pose davanti un armadio. Quando i soldati entrarono in casa sua, Cristina li affrontò mantenendo il suo carattere fermo e diretto, respingendo le loro domande. La perquisizione non diede alcun risultato. Il medico non venne trovato. Quel gesto, compiuto in pochi istanti e sotto la pressione del pericolo immediato, permise la sopravvivenza di quell'uomo. Dopo la guerra, egli sarebbe diventato uno dei grandi chirurghi italiani e il fondatore del CTO di Torino e del reparto Grandi Ustionati, strutture che hanno salvato e continuano a salvare migliaia di vite. A distanza di decenni, il gesto di Cristina Girardi è stato riconosciuto ufficialmente. Il suo nome verrà inciso allo Yad Vashem di Gerusalemme come Giusta tra le Nazioni, grazie all'impegno dell'Associazione culturale Lou Sautaroc di Groscavallo e di Andrea Parodi, che ha raccolto la sua storia, le testimonianze e ha portato avanti la richiesta di riconoscimento. Una donna solitaria, spesso fraintesa dal suo stesso tempo, il cui gesto rimane oggi una testimonianza concreta di coraggio civile e umanità.

CATLININ MARIOT

Nelle nostre valli si racconta ancora la storia di Catlinin Mariot, un soprannome che probabilmente apparteneva a una donna realmente vissuta a Voragno tra l'Ottocento e il Novecento. Per molti era una masca. Non perché volasse nella notte o lanciasse malefici, ma perché possedeva conoscenze che pochi avevano: conosceva le erbe, i rimedi naturali e quei gesti antichi che la tradizione popolare tramandava da generazioni. C'era poi un altro aspetto che, per quei tempi, la rendeva diversa dagli altri: non si era mai sposata. E già questo bastava a suscitare curiosità, sospetto e talvolta diffidenza. I paesani la guardavano con un misto di rispetto e timore. Da una parte la ammiravano, dall'altra la osservavano con cautela. Eppure, quando arrivavano i momenti difficili, molti finivano per bussare alla sua porta. Una testimonianza orale racconta che, ancora negli anni Sessanta del Novecento, Catlinin venne chiamata da una famiglia del paese per aiutare una bambina che soffriva di ossiuri. Chi visse quell'esperienza ricorda ancora oggi che la donna praticò alcuni segni sulla fronte e sul ventre della piccola, secondo un sapere che affondava le sue radici nella medicina popolare e nelle antiche pratiche di guarigione. La stessa persona ricorda anche un altro episodio: fu proprio Catlinin Mariot a forarle i lobi delle orecchie per permetterle di indossare gli orecchini. Piccoli gesti, semplici all'apparenza, che raccontano però qualcosa di più profondo. Ci ricordano come, nelle comunità di montagna, le masche non fossero soltanto figure temute. Spesso erano donne che custodivano conoscenze antiche, persone alle quali ci si rivolgeva quando la medicina non arrivava fin dentro le borgate e quando la fiducia nelle tradizioni era ancora parte della vita quotidiana. E forse, dietro il nome di Catlinin Mariot, non troviamo soltanto una masca delle leggende, ma il ricordo di una donna che, nel bene o nel male, ha lasciato un segno nella memoria di chi l'ha conosciuta.